Renzo Giorgetti

 

Antichi orologi da torre nella provincia di Arezzo

Calosci editore, Cortona, 1999

Pagine 349

(Ottobre 2001)

 

Renzo Giorgetti è uno di quei minatori pazienti che estraggono dalle carte ingiallite degli archivi di Stato, sopravvissute a mille vicissitudini storiche e naturali, il nostro passato, riportando alla luce tradizioni dimenticate. Da anni, con tenacia, insegue il filone degli orologi che ornano le torri, le facciate dei palazzi pubblici, delle chiese e delle dimore patrizie, nei piccoli e grandi centri della Toscana. Ha pubblicato ricerche svolte, oltre che nella provincia di Arezzo, in quella di Lucca, nel Mugello e nella Val di Sieve, nel Chianti, e nella montagna pistoiese, e sta preparando i volumi dedicati a Pisa e a Firenze.

In questo libro l’indagine prende in esame ben ottantuno orologi, disseminati in trentatré comuni. Ventisette sono scomparsi in seguito a terremoti, incendi, eventi bellici, ma l’autore si sforza lo stesso di rintracciarne le origini e la storia. La maggior parte dei segnatempo sono relativamente recenti (XIX e XX secolo), spesso i movimenti originali hanno smesso di funzionare, sostituiti da più prosaici regolatori elettronici, mentre la plastica conquista i quadranti. Rimangono integri pochi, preziosissimi, congegni antichi: come lo splendido orologio astronomico - dalla raffinata suoneria a tre campane - del Palazzo della Fraternita dei Laici di Arezzo, costruito nel 1551 da Felice di Salvatore da Fossato.

Dalla ricerca emerge che Arezzo e molti centri minori disponevano di un orologio pubblico fin dal XV secolo, e che nella provincia hanno operato quattrocento fra costruttori e riparatori, anche locali, elencati in un indice ad hoc.

Dopo una breve introduzione storica generale, l’autore fa seguire alla ricostruzione minuziosa delle vicende di ciascun orologio - corredata da fotografie d’epoca, o scattate da lui stesso, dei quadranti e dei meccanismi - i riferimenti archivistici e bibliografici, ed una scheda descrittiva. Infine riporta i testi dei documenti più importanti, quali i preventivi e le perizie degli orologiai, le deliberazioni delle magistrature cittadine ed i contratti, offrendo uno spaccato vivace della società e dell’arte orologiera fra il Quattrocento e i giorni nostri, nonché un quadro interessante dell’evoluzione della terminologia tecnica.

L’orologio da torre, in origine consistente in un meccanismo che fa suonare una campana, nel XV secolo viene dotato di lancetta e quadrante, suddiviso in ventiquattro, dodici o sei ore (“alla romana”). Lo scappamento, prima a verga o a bilanciere, nel XVII secolo si perfeziona con il pendolo, e nel XVIII secolo diventa a riposo (ad àncora ed a caviglie), mentre un bando del Granduca di Toscana introduce, nel 1749, la suoneria “all’uso oltramontano”, che suona di dodici in dodici ore con la replica, anziché ogni sei, come si usava in Italia. Nell’Ottocento, con l’industrializzazione della produzione, compare la lancetta dei minuti, e il telaio che sorregge “gli ordigni” passa dall’antica forma a castello a quella orizzontale.

Il motore di tali sviluppi è il ruolo centrale e vitale che l’orologio pubblico ricopre nella vita della borghesia cittadina: anche i governanti di ordinamenti non proprio democratici di rado rimangono sordi alle rimostranze della comunità, quando l’orologio funziona male, o la suoneria non si sente perché non è collocata abbastanza in alto. E, pur afflitti da ristrettezze finanziarie, cercano di assicurarsi i servigi degli orologiai migliori, sia come costruttori, sia come “temperatori,” specialisti che curavano la carica, la manutenzione e l’andamento regolare di queste macchine sofisticate.

La struttura schematica ed il carattere analitico rendono l’opera un strumento affidabile di consultazione per gli appassionati e per gli studiosi, in un campo fino ad oggi inesplorato; ma potrebbe fare da spunto e da guida anche per inediti quanto interessanti itinerari “turistico-orologieri” per l’Aretino.

 

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